Isabella Ferrari, il mestiere dell'attrice

L'attrice, in scena dall'1 all'11 febbraio al Teatro Abmra Jovinelli con Sissters, si racconta a InRoma

Due grandi interpretazioni, un testo che sposa umorismo e commozione. Dall’1 all’11 febbraio, al Teatro Ambra Jovinelli, Isabella Ferrari e Iaia Forte sono Chiara e Regina, due sorelle in Sisters – Come stelle nel buio di Igor Esposito dirette da Valerio Binasco, regista tra i più apprezzati e premiati della scena italiana.

Una scelta importante per Isabella Ferrari, dopo la malattia che l’ha allontanata dal cinema per due anni che nei panni di Chiara, attrice fallita che ha smesso di recitare per un incidente esorcizza un momento difficile della sua storia personale e professionale. Perché ha accettato Sisters?

«È un testo contemporaneo, vicino a ciò che può succederci nella vita. Ho visto la possibilità di fare un teatro vivo, è un classico, tutte le sere è possibile scoprire un’originalità, rinnovare un interesse e un’intensità quotidiana per ciò che succede sul palcoscenico. Raccontiamo due sorelle che sono segregate in casa, per motivi diversi, una ha avuto un incidente ed è immobilizzata su una sedia a rotelle, l’altra è alcolizzata. Tutte e due rimangono dentro questo ventre materno che è la casa, l’una dipende dall’altra, diventa un “né con te né senza di te”, come se fossero marito e moglie, in una sorta di convivenza obbligata che dà tanto amore ma può generare momenti di grande cattiveria e di odio. A volte, i ricordi non fanno bene. Da qui nasce la possibilità di fare del teatro vivo, poi c’è Valerio Binasco, un regista con cui amo lavorare. Io in verità faccio pochissimo teatro, è la seconda tournée teatrale della mia vita».

Lei interpreta un’attrice che, a causa di un incidente, è su una sedia a rotelle e ha dovuto chiudere la sua carriera. Immagino che abbia toccato delle corde molto profonde del suo personale e della sua professionalità. 

«Mi ha permesso di arrivare al cuore di qualcosa che posso conoscere, a cui posso attingere, in questo caso sicuramente alla malattia, al dolore. C’è anche una sorta di pudore nel parlare di come uno prepara un personaggio, anche perché in fondo non ce ne è bisogno, si tratta della parte più “oscena” del nostro mestiere. Lo spettacolo si trasforma in una sorta di performance di due attrici, due donne sul palcoscenico, per un’ora e un quarto, una diversa dall’altra, ma un momento che vive sul nostro sangue perché o ce lo mettiamo, il sangue, oppure non c’è lo spettacolo».

Sarete a Roma, dal 1° febbraio: come è il suo rapporto con la capitale?

«Ci vivo da trent’anni. Qualche tempo fa pensai di andarmene per la vita dei miei figli in una città di provincia come lo era stato per me, che arrivo da Piacenza. Però ho cambiato idea e ogni tanto lo dico ai miei figli e loro mi mangiano la faccia perché amano fortemente il loro quartiere, l’essere romani. Spingono la loro romanità ai livelli di Carlo Verdone e io, che sono così emiliana, che nonostante ci viva da trent’anni l’accento romano ancora non ce l’ho, le chiavi della città non le ho, in qualche modo sono costretta a vivere a Roma per sempre perché i miei figli, che si spostano, vanno a studiare all’estero, tornano a Roma perché è il posto più bello del mondo e forse hanno ragione».

Cosa è per lei, oggi, nella sua vita, la grande bellezza?

«Sono momenti sparsi, che non avvengono tutti i giorni che sono legati a un pomeriggio a casa, poter essere con tutti i miei figli sulla mia isola d’estate, godermi dei tramonti, ma anche semplicemente entrare al Nuovo Olimpia e vedermi un film in lingua originale alle 4 e 50 del pomeriggio».

Cosa le riserva il futuro?

«Bo! Adesso ho girato due film: il secondo di Valeria Golino, Euforia, e l’opera prima di Alessandro Capitani In viaggio con Adele, con Sara Serraiocco e Alessandro Haber e ne farò un altro a metà marzo. Per fortuna, ancora per un mese, c’è questo spettacolo, l’ho voluto tanto, rinuncio spesso perché non riesco a fare teatro regolarmente. Quel legame che si instaura tra la mia vita di attrice, la mia vita interiore, la compagnia e il pubblico sono tre connessioni molto rare che sono il mio unico laboratorio di attore, forse è quella scuola che in fondo non ho mai fatto, perché il teatro è degli attori e il cinema è dei registi. Alternare fa bene, a volte fare il cinema ti fa male, pensi di portare un tuo modo di interpretare il personaggio ma il regista ha tutta un’altra idea e tu devi essere qualcosa che si può manipolare in qualsiasi modo, perché è giusto che il cinema sia così, è del regista. Quindi per me è fondamentale fare film con registi che stimo, perché ti possono regalare delle immagini bellissime. Invece il teatro me lo costruisco con quello che mi piace portare in scena».

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