Stefano Martinelli, in pista per vincere anche con AISM

Il pilota toscano, campione in carica di Rally R1, racconta le impressioni per questo avvio di stagione e l'impegno che sta mettendo nel progetto con l'Associazione Italiana Sclerosi Multipla

Lo scorso anno si è laureato campione italiano di Rally R1 e in questo 2018, a stagione appena iniziata, Stefano Martinelli ha confidato di voler fare altrettanto bene. Le aspettative sono tante, a partire dalla macchina nuova, ma non c’è solo la gara sulla pista da portare avanti. Stefano è testimonial di AISM e oltre a credere fermamente nel progetto dell’associazione si è preso l’onere, e l’onore, di sensibilizzare le persone verso questo tema molto delicato ma così importante. C’è poi una spinta ulteriore: il suo navigatore, Sara Baldacci, convive con la sclerosi multipla ma non si tira indietro quando si tratta di combattere. Grazie alle cure e alla ricerca, Sara è in pista insieme al suo pilota. 

 

Partiamo con lo sport. Quali sono le caratteristiche della categoria R1 in cui gareggia?

«La mia categoria, la R1, di cui siamo campioni italiani uscenti è una categoria che deriva da macchine prettamente di serie. Non vengono apportate modifiche né al cambio né al motore, ma solo alla marmitta e all’assetto della vettura per renderla più performante nelle curve. È una categoria abbastanza difficile rispetto alle altre perché con una macchina di tutti i giorni bisogna cercare di riuscire a stare ai livelli di velocità delle macchine da corsa».

Ma da dove nasce la sua passione per questa disciplina? E perché proprio il Rally e non la pista?

«È una passione viscerale. Ho iniziato da bambino, a 5 anni, con il mio papà ad andare con il carroattrezzi a vedere le prove, perché lui, oltre a essere carrozziere, faceva servizio di assistenza alla competizione con un mezzo di soccorso. Io ho iniziato da lì e non mai voluto praticare altri sport. Il rally mi è entrato dentro e ho visto sempre e solo quello». 

 

Quest’anno il campionato è appena iniziato e la prossima gara verrà disputata a Sanremo. Lei è il campione uscente: cosa si prova? C’è più pressione a difendere il titolo o a vincere il prossimo?

«Vincere il titolo lo scorso anno ha rappresentato la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Credevo di essere tranquillo e invece mi rendo conto di sentire un po’ la pressione. Oltretutto quest’anno ci siamo messi ancora di più in gioco: abbiamo cambiato vettura, non più la classica 1600 aspirata con cui ho vinto lo scorso campionato, ma con la nuovissima 1000 turbo/3 cilindri che è di concezione totalmente nuova. Devo dire che sono soddisfatto, la macchina ha risposto bene». 

 

Parliamo invece dei ruoli in auto, fra pilota e navigatore. Che rapporto c’è trai due? 

«Esiste un rapporto di sinergia estrema. Siamo due persone in una macchina ma che in realtà sono una. È il navigatore che mi permette di andare a una certa velocità e di non correre rischi. Ti devi fidare ciecamente. Ho grande fortuna: io e Sara siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da una vita e quest’anno ci siamo ritrovati in abitacolo insieme, nonostante le nostre ultime gare insieme risalissero a tanti anni fa. Io mi fido completamente di lei e i risultati si vedono. Il lavoro di Sara è molto più difficile del mio: oltre a essere precisa e attenta, deve avere fiducia in me perché sono io che guido». 

 

Con Sara Baldacci non siete solo compagni di abitacolo ma gareggiate per portare avanti anche un’altra importante sfida, ovvero il progetto con AISM.

«Io tengo molto al progetto con AISM. Per me è davvero importante e per questo devo ringraziare Sara che fa parte dell’associazione, direttamente e indirettamente. Io non ne sapevo molto ma grazie a lei, che convive con questa malattia, mi sono inserito nel progetto e sto cercando di portarlo avanti nel miglior modo possibile. È importante parlare: bisogna fare chiarezza sul problema, bisogna far conoscere l’associazione così da far capire a chi ancora non lo sa, sia appassionati della mia categoria che non, l’importanza della ricerca per questo tipo di malattia». 

 

Quello che emerge dalle sue parole e dal lavoro che insieme a Sara state facendo è un messaggio forte. Si evince che, nonostante il problema, c’è la voglia di mettersi in gioco continuamente. È così?

«Sara ha una grinta da fare invidia. E io sono molto felice che il nostro messaggio arrivi perché ci crediamo davvero. È troppo importante. Sto imparando piano piano a conoscere la sclerosi multipla e sono rimasto sbalordito dai risultati che la ricerca sta facendo. Ma credo che si possa fare sempre di più e dunque questo è quello che voglio far capire a tutti». 

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