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L’analisi di Branchini: «Giochi chi lo merita»

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La crisi del nostro sistema calcio vista dal procuratore: «La Nazionale deve esprimere i valori del momento. E nei settore giovanili si ricominci dai fondamentali»

Dove puoi pizzicarlo uno come Giovanni Branchini, se non nella sala d’imbarco di un aeroporto, tra un volo da prendere e uno da lasciare alle spalle? Lucidissimo sempre, anche quando è trafelato, figuriamoci ora che sta partendo per una settimana di mare in Sardegna. Uno capace di trasferire quello che pensa in quello che dice, cosa rara nel mondo del calcio e, cosa ancor più rara, non avendo smanie da taccuini e telecamere. Da sempre nel mondo dello sport per via parentale, tra ippica, boxe e calcio, agente da più di trent’anni (a 18 anni la prima licenza federale di procuratore), operazioni eclatanti (l’ultima, in asse con Mendes, la mediazione per Cristiano Ronaldo alla Juve) Branchini è la persona giusta per allargare la riflessione sul tema più che mai attuale del calcio italiano, questo malato cui manca una diagnosi certa. Crisi passeggera o crisi di sistema? Febbriciattola o disfacimento? Rifondiamo o affondiamo?

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Di male in peggio, a guardare l’ultima Nazionale. Mancini mette le mani avanti: “Mai così pochi italiani tra i titolari”, a seguire l’inevitabile Sacchi: “In Italia si lotta per il potere personale, non per la crescita del sistema”.
«Ognuno recita la sua parte. Il commissario tecnico deve misurarsi con l’assillo del risultato qui e subito, l’opinionista discetta di nobili principi».

Sacchi si è autoproclamato da anni pontefice del calcio italiano.
«Sono stati gli altri a dargli questo ruolo di grillo parlante. Trovo non sia utile. Arrigo è un amico, ma sa bene d’aver vinto quando si è trovato, tutti insieme, i Baresi, i Maldini, i Tassotti, gli Ancelotti, i Donadoni e i Costacurta».

Non sia utile cosa?
«Continuare a parlare di atteggiamento, di approccio mentale, dimenticando che hai giocato benissimo quando hai avuto giocatori fortissimi, hai giocato bene con giocatori forti e malino con giocatori normali. Perché alla fine sono i giocatori che contano».

Da dove ripartiamo?
«Da tutto. A cominciare da voi. Nominami cinque giornalisti di oggi che esprimono il loro parere. Non c’è più la capacità critica di leggere il calcio. Chi sono i critici oggi?».

Qualche tempo fa ti ho sentito dire che era assurdo partire dal commissario tecnico come il principale dei problemi.
«Cosa conta il ct? Nulla. La Nazionale di oggi iscritta nel nostro campionato, sarebbe il Sassuolo. Obiettivo salvarsi e non fare figuracce, non prendere goleade, con qualche bel risultato occasionale. Lo dico senza cattiveria, è la realtà».

Leggi l'intervista completa sul Corriere dello Sport-Stadio in edicola

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