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L'invasione degli arbitri robot

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Leggi il commento sul momento dei direttori di gara e le possibili novità in vista del futuro

Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo, andava veloce: «Abbiate fiducia nel progresso che ha sempre ragione anche quando ha torto». Lo slogan veste su misura la tensione morbosa e ardimentosa che circonda il mestiere dell’arbitro di calcio. E il calcio tout court. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ogni giorno, o quasi, un indizio di novità. Non che gli altri sport facciano le belle statuine, ma stiamo toccando livelli e ritmi francamente compulsivi. La tendenza generale è di ridurre, asciugare. Il football, in compenso, s’ingozza di recuperi che portano spesso il “peso” delle partite oltre la soglia dei 100 minuti. Il Var, che in teoria avrebbe dovuto decretare la morte delle moviole, è diventato uno “svago” ossessivo e urticante delle medesime, ad abuso e consumo dei nottambuli che, invece dei lombi di una pin-up, si vedono passare e ripassare il braccio di Adrien Rabiot. In materia di mani-comio, il Terzo mondo ci studia da lustri, basito. E sghignazza. L’ultima che ho letto, sulla “Gazzetta”, riguarda «solo giallo per mano involontaria in area che nega un gol». Il calcio moderno nacque a Londra il 26 ottobre 1863. E il concetto di volontarietà-involontarietà ne incarnava lo spirito. Centosessant’anni dopo, eccoci ancora qua a discettarne. Per tacere del fuorigioco: è già semiautomatico, si conta di arrivare in fretta all’automatico e basta, salvo riaccendere la “luce” tra l’ultimo difendente, portiere escluso, e l’attaccante.

Arbitri, le novità

Un principio che scartammo in nome di quella presunzione di intelligenza artificiale che ci ha visceralmente plagiato e drogato. L’International Board medita di riesumare il vecchio arnese delle espulsioni a tempo (10’) per i falli tattici e le proteste. In pratica: leggi speciali da affiancare a normative che, se applicate, le renderebbero superflue. E i time out? Coperti da infortuni e processioni al video, sgocciolano come rubinetti. Sono clandestini, d’accordo, e magari parziali, ma allungare il brodo proprio nel periodo storico in cui la frenesia dei giovani non supera i 35 minuti d’attenzione (fonte “la Repubblica”), beh, non mi sembra l’idea del secolo. Persino le ammuine dei portieri erano tenute d’occhio; e se esageratamente prolisse, sanzionabili. Brutto segno, il richiamo dall’alto: significa che ce ne siamo sbattuti. Per combattere le ingiustizie abbiamo venduto l’anima alla televisione, moltiplicando e confondendo i criteri di pronto soccorso. Per esempio: il rallentatore costituisce uno strumento fondamentale, a patto di non impiegarlo per svelare la taglia dei contrasti. Li trasformerebbe, dovunque e comunque, in reati da fucilazione. Si dirige in due: uno in campo, con il diritto di sentenza, e uno davanti allo schermo, con il dovere di correggerne la rotta. È questo il messaggio da raccogliere e diffondere fin dalle scuole. Unica alternativa all’invasione dei robot e alla nostalgia dell’arbitro “duce”, così come lo intendevano i fiorentini all’epoca di Concetto Lo Bello.

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