Corriere dello Sport

Rendi la tua esperienza speciale

Home

Calcio

Formula 1

Moto

Motori

Basket

Tennis

Altri Sport

Stadio

Foto

Video

Corriere dello Sport

LIVE

L’Italia, i gol e quell’eredità

Leggi il commento sul momento degli attaccanti azzurri, a confronto con i bomber stranieri, in vista della corsa al Mondiale 2026

Gol cercasi. Comunque. Dovunque. Ne avremo bisogno contro l’Irlanda del Nord, il 26 marzo, per evitare il terzo sfregio consecutivo. Un Mondiale a 48 squadre senza di noi costituirebbe un suicidio d’onore, vista la perseveranza. In principio fu Silvio Piola. E poi Gigi Riva. Oggi, sfiorito Ciro Immobile, siamo aggrappati a Mateo Retegui e ai suoi fratelli. I safari di Erling Haaland e Harry Kane diffondono e dilatano quel senso di smarrimento balistico che continua ad allontanarci dall’idea di «Superuomo» cara a Friedrich Nietzsche. Lungi dallo scomodare il bottino di 143 reti raccolto dal quarantenne Cristiano Ronaldo in 226 partite con il Portogallo; e, già che ci siamo, a debita distanza dagli scalpi magiari di Ferenc Puskas (84 in 85 battute di caccia), il record azzurro appartiene proprio a Riva: 35 in 42 gare. Se la media di 0,83 è alta, molto alta, molto basso rimane, nei secoli, il gruzzolo. 

Storie di bomber

Il centravanti che spacca. Al di là dei «domicili»: Rombo di Tuono, per esempio, abitava all’undici. Facili sono le fotografie, non altrettanto le didascalie. L’invasione degli stranieri, ecco un motivo: dai Gunnar Nordahl del Novecento ai Gonzalo Higuain del Duemila. A ruota, la sentenza Bosman del 15 dicembre 1995, ghigliottina che mozzò i privilegi autoctoni. Né vanno trascurati i calendari, legati - anche - all’implosione di Unione Sovietica e Jugoslavia. I gravi infortuni che lo azzopparono nel 1967 (a Roma con il Portogallo) e nel 1970 (a Vienna con l’Austria) non costarono a Riva che cinque «gettoni». Ripeto: cinque. Ai suoi tempi, i materassi si limitavano a Cipro, Malta e Lussemburgo. Oggi, con tutto il rispetto, si allargano ad Andorra, Gibilterra e San Marino. Una versione caldeggiata dai pulpiti più storicizzati indica la concorrenza interna. E per questo, nel rivisitare l’opulenza dell’età dell’oro, da Roberto Boninsegna a Luca Toni, citati quali confini variabili, non pochi pongono l’accento sui gol che ci saremmo «rubati» tra noi. Tendenza ribadita dall’apporto dei numeri «dieci», cruciale e imponente. Penso ai 33 di Giuseppe Meazza, ai 27 di Roberto Baggio e Alessandro Del Piero. A proposito del Divin Codino: a che nuvole si sarebbe issato se i ferri dei chirurghi non lo avessero frugato in termini così ossessivi? 

Eterno Lewandowski

Eppure dall’alba dei Novanta i cambi di regolamento avevano contribuito ad agevolare sfacciatamente i predatori d’area, in una spirale liberista di annientamento delle autoreti, apertura dei mani-comi e pioggia «varista» di rigorini. Gli irriducibili si aggrappano alla tradizione, vincolata sin dalle radici alla difesa e agli agguati. Meno incline, dunque, a stuzzicare le fregole degli aspiranti cannonieri. Ma dalle lusinghe del catenaccio siamo evasi. E allora? Robert Lewandowski, polacco di 37 anni, ci guarda dal picco dei suoi 88 squilli (in 163 presenze). Scomparsi i rivali più agguerriti - Krzysztof Piatek, Arkadiusz Milik - balla da solo. Può essere un vantaggio, a livello statistico. Il poligono Italia arranca ai piedi del gran lombardo di Cagliari, ritiratosi nel 1976. Più un’eredità è «vuota», più pesa. 

Corriere dello Sport in abbonamento

Insieme per passione, scegli come

Abbonati all'edizione digitale del giornale. Partite, storie, approfondimenti, interviste, commenti, rubriche, classifiche, tabellini, formazioni, anteprime.

Sempre con te, come vuoi