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L’invettiva di Luis Enrique

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Leggi il commento dopo le parole del tecnico spagnolo, al termine del ko in Champions League

Perfettamente francesizzato. In nemmeno tre anni di permanenza a Parigi, Luis Enrique ha acquisito alcuni fra i tratti caratteriali del Paese e del popolo che lo ospitano. Gente che, per dirla con Paolo Conte, quando perde s’incazza abbèstia. Ma che soprattutto, quando si trova al cospetto del destino avverso, va per le spicce nell’uso del frasario. Come da insegnamento del generale Pierre-Jacques-Etiénne Cambronne, sul campo di battaglia a Waterloo: «Merde!». Proprio l’elemento scatologico ha prepotentemente preso la scena nella tarda serata di martedì. Il Paris Saint Germain aveva appena perso 2-1, allo stadio José Alvalade contro lo Sporting Portugal, una partita che se anche l’avesse pareggiata si poteva sentire defraudato. Uscirne sconfitti, con rischio di dovere andare ai playoff per passare alla fase successiva di Champions League, è stato per quelli del PSG il massimo della frustrazione.

E poiché – tra coppa nazionale e Champions – nell’ultimo periodo la squadra campione d’Europa sta raccogliendo nettamente meno di quanto produce, il tecnico spagnolo si è lanciato nell’invettiva contro il calcio nella sua interezza. Giudicato “sport di merda” perché non sempre premia col risultato chi merita di più. Sentenza di grado unico, inappellabile. Possiamo comprendere lo scoramento di Lucho, e il suo disappunto verso ciò che giudica sport di M. Tuttavia, una sommessa raccomandazione vorremmo dargliela: benedica il calcio perché è così, e produce esiti che possono non piacergli. Perché proprio a questa sua propensione a premiare l’immeritevole, e a ribaltare anche i pronostici e i dislivelli di forza più marcati, deve il proprio successo. In questo senso, metterla sul piano del merito rischia di essere l’atteggiamento più errato che ci sia. E non tanto perché è il concetto stesso di merito a contenere in sé vaste zone di ambiguità.

Piuttosto, c’è che nel calcio il merito va misurato a partire dai mezzi a disposizione. Ognuno vince come può, massimizzando le risorse che ha. Battere “da poveri” il più forte, giocando un calcio fatto di consapevolezza dei propri limiti, è qualcosa che possiamo considerare meritorio o dobbiamo liquidarlo come “calcio di M”? Questo è il punto. Se invece si vuol far passare come “merito” l’essere nettamente più forti della concorrenza, tanto da vincere col pilota automatico e quasi per noblesse oblige, lo si dica. Vorrà dire che a fare da parametro saranno competizioni come la Bundesliga, o la Ligue1 ben nota allo stesso Luis Enrique. Campionati di M. Cioè di merito. Avevate mica capito qualcosa di diverso?

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