Dopo un’infinità di tentativi di annegare il senso logico e un congruo numero di cadute nello stagno del ridicolo involontario, riemergono a riva le vere ragioni di tanto agitarsi e a vederle asciugarsi lentamente al pallido sole di novembre la prima sensazione è soprattutto olfattiva.
Non c’è un buon odore nell’aria che circonda il calcio italiano e non c’è il promesso vento di cambiamento che avrebbe reso più salubre il contesto. In principio, osannato e acclamato come il salvatore del sistema dagli stessi che oggi vorrebbero estrometterlo senz’altra ragione che non risieda nell’essere indisposto a prendere ordini, avevamo visto in prima fila Giovanni Malagò. Ma l’ex presidente del Coni ha avuto l’ardire di fare di testa sua, di scegliere il ct che pensava migliore, di non ubbidire ai suoi grandi elettori e quindi prima il ministro Abodi, poi la burocrazia e infine gli amici diventati nemici con la poltrona in Lega e gli interessi sappiamo noi dove, tra una scusa puerile e l’altra, ne hanno disconosciuto l’investitura.
Fallito il primo golpe, i cingolati hanno ripreso a fare rumore e trovato un candidato di bandiera in Adriano Galliani, di anni 82, che conosco da quando i capelli non erano ancora bianchi e mio amico personale dall’epoca - era il 1993 - in cui suggerì a Candido Cannavò di prendermi alla Gazzetta come vicedirettore (rifiutai: ci stimiamo ancora, nonostante qualche caduta di entrambi). Ho ricordato l’episodio soltanto per dimostrare che non posso avere nulla contro Adriano, senatore di Forza Italia, ma mi rifiuto di considerare normale questo teatrino.
Oggi saranno ufficializzati i nomi dei candidati alla presidenza federale: salvo imprevisti e tradimenti prevedibilissimi, parte della Lega di A sosterrà il commissario Malagò che in comune con Marotta ha da qualche settimana giusto le iniziali, mentre l’Assocalciatori dei fratelli Calcagno e l’Assoallenatori di Renzo Ulivieri, 85 anni ma ben portati, per evitare guai punteranno su Galliani, in omaggio alla sola idea, confusa ma chiara, contraddittoria ma in realtà assai coerente con lo status quo, che le uniche rivoluzioni possibili sono quelle che vanno bene per uno spot e per uno slogan, ma diventano pericolose e destabilizzanti quando si prefiggono di cambiare veramente qualcosa. Uno spettacolo triste e un complottino in sintesi - per i complotti con la c maiuscola serve una struttura e una grandezza che sembra mancare al maggior numero dei congiurati - diretto contro Malagò e orchestrato neanche a dirlo proprio da chi ne promosse l’elezione.
Tutti invocano la stabilità del calcio italiano e poi basta l’interesse personale di qualcuno per far saltare il banco dividendo la stessa Lega. È difficile spiegarlo, ancor più complesso capirlo, impossibile e immorale appoggiarlo. L’hanno capito tutti, tranne quelli che si affacciano al balcone e mentre la casa brucia, prima che il sorriso si tramuti in terrore, dicono soltanto: «mangino brioches».
Corriere dello Sport
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