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Calcio femminile dieci anni dopo, il coraggio di crederci

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Orlandi: «Il professionismo ha cambiato tanto, ma è solo un punto di partenza. Per crescere ancora servono impegno, fiducia e visione»

C’è un calcio che funziona ed è donna. Abbiamo una Nazionale uscita a testa alta in semifinale agli Europei, lo scorso luglio. Si è iniziato a collezionare candidature al pallone d’oro, Sofia Cantore e Cristiana Girelli per il 2025, e Manuela Giugliano, prima italiana della storia, nel 2024. Esportiamo calciatrici in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, a dieci anni dal punto e a capo qualcosa è evidentemente cambiata. Era il 2015 quando le calciatrici in Italia - convogliate in una sorta di movimento spontaneo e compatto unite dal grido “Respect” - hanno fermato l’ennesimo schiaffo a una categoria, e un genere soprattutto, reagendo agli insulti dell’ex presidente di LND, Belloli, (definì le “sue” calciatrici “quelle quattro lesbiche”) e trasformandoli in bandiera contro la discriminazione di genere; divenendo, si può dire, un esempio di moderna rivoluzione femminista. Le donne, chiedendo rispetto, invadevano definitivamente uno dei terreni più maschi e maschilisti in Italia: il calcio. Intanto la Uefa imponeva ai club professionistici il settore femminile. La Fiorentina sbarcava subito in Serie A, mentre la Lazio partiva dalla Serie B, i primi due club professionisti. Negli anni successivi anche altri grandi, Juve, Milan, Inter, Roma, acquistando i titoli di società femminili, debuttavano con le donne nel massimo campionato. Tanto rumore... e poi nulla. Questo purtroppo è quello che accade. Nel senso che di calciatrici in Italia si parla nei grandi eventi, poi i riflettori si smorzano e il calcio femminile torna o resta figlio di un dio minore. C’è però chi indietro non è tornato: Alessandro Orlandi (in foto con Giulia Dragoni), dieci anni fa, si faceva trascinare in una vera, e allora azzardata, avventura nel femminile, fino a fondare un’agenzia esclusivamente per calciatrici, la Assist Women che si occupa di grandi atlete, da Cantore a Linari, da Dragoni e Galli. Un visionario, si sa, ha sempre ragione. Del calcio maschile, Orlandi si era stufato, aveva solo 24 anni: le donne gli hanno stravolto il modo di vedere il calcio e lui si è messo in testa di far cambiare a tutti lo sguardo sul calcio femminile.

Sofia Cantore, candidata al pallone d’oro e ambasciatrice italiana dello sport all’estero, da quest’anno gioca negli Usa, un anno speciale per lei.

«La candidatura di Cantore è stata naturale. Sofia contenta ma composta, è una ragazza molto umile. Gioca a Washington, a 26 anni è nel pieno della sua carriera. È stata la scelta di un cambiamento di vita. L’America è un sogno, un’emozione nuova, è la culla del calcio femminile che conta più del maschile. E Sofia è la personificazione del sogno di una generazione. Lì abbiamo anche Lisa Boattin, a Houston».

È partita anche Elena Linari, che ha lasciato la Roma per l’Inghilterra.

«Gioca in Premier League, il campionato più prestigioso, in un club ambizioso come il London City Lionesses. Elena voleva arrivare lì per coronare la sua carriera: ha 31 anni, glielo dovevamo».

Insomma, dopo gli Europei, è stata una fuga verso l’estero delle azzurre.

«No, anzi, le italiane hanno una visione romantica, sono legate al Paese e alla squadra, fanno fatica ad andare fuori, nonostante la proposta economica. Però è un bel risultato, prima di italiane ce n’erano una-due all’estero, ora molte di più. Noi le spingiamo ad andare, perché si fanno esperienze fondamentali. Chi va via porta poi in Italia novità. E diventa per le nuove generazioni il riferimento e l’ambizione. Questa è una sana normalità».

Cosa vi ha spinto a occuparvi di calciatrici?

«Come agenzia nasciamo nel 2010, Studio Assist, avevo 19 anni e smesso di giocare a pallone, nel 2015 abbiamo aperto un corner sperimentale sul femminile e nel 2020 è nata Assist Women. Avevamo un centinaio di calciatori, ma le donne ci hanno trascinato dentro al movimento. Siamo partiti da Boattin, Linari, Galli, Carissimi e Merlo, atlete dal valore morale altissimo, tanti sacrifici senza alcun jackpot. All’inizio eravamo consulenti e angeli custodi. Potevamo lavorare solo con l’estero, ci occupavamo dei numeri, dei dettagli, dei contributi, del lordo e del netto. Poi abbiamo investito, scommesso e avviato una lotta contro i pregiudizi. Il calcio maschile era saturo, mentre il femminile era una tavola bianca su cui scrivere. Le donne hanno ancora tanto da raccontare, da come sono diventate calciatrici ai primi ostacoli in famiglia, e i brand vogliono queste storie, così le ragazze possono vendere i diritti di immagine. Abbiamo fatto una transizione graduale verso le donne, di uomini ne seguiamo ormai una decina, gli amici. Con le calciatrici puoi programmare, hanno valori e sono fedeli, ti danno il tempo. Il calciatore no, ha una data di scadenza ha troppi input e pressioni e diventa infedele, ti molla inseguendo promesse».

Come reclutate le calciatrici?

«Gli scout girano per il territorio, sono uomini perché ho voluto che il maschio cambiasse lo sguardo sul calcio giocato dalle donne. Il problema del femminile infatti è ancora il paragone con il maschile».

Oggi è possibile vivere di calcio femminile?

«Le cifre sono molto cambiate, ma il gap con gli altri paesi è ancora importante. Si è passati dai rimborsi a stipendi e benefit che permettono di vivere bene. Una top player in Italia guadagna come un buon calciatore di Serie C, 50-60 mila euro netti più i premi. Un top club all’estero paga a una donna lo stipendio di un top player in Serie B o un giocatore nella media di Serie A».

Il professionismo ha rivoluzionato ogni cosa?

«Ha cambiato tanto, ma è solo un punto di partenza. Per crescere servono l’impegno di tutti - istituzioni comprese - il coraggio di credere nel movimento, una visione di investimento ed esempi positivi. Il cinismo non appartiene al calcio femminile».

Il mercato femminile è fertile?

«La grande sfida è con l’estero. Noi facciamo import/export. La regola è importare senza esagerare. Straniera non vuol dire migliore; chi viene dall’estero deve avere una sua utilità. Dobbiamo fare come in Europa, mettere dei tetti sul numero di straniere. L’Italia è ormai un mercato attraente. Il 20% della nostra clientela è di straniere che giocano nel nostro Paese».

Il calcio femminile può crescere ancora e come?

«Sì, e di questa crescita noi vogliamo essere un pezzettino, perché non siamo solo un’agenzia, siamo un ingranaggio del movimento, un’entità, il volto di una rivoluzione culturale. Ci proponiamo di supporto alle istituzioni. Per crescere c’è bisogno di più risorse e competenza, abbattimento di stereotipi e pregiudizi, più soldi e più media per mantenere un interesse costante, la visibilità rende credibili. Invece non c’è bisogno di soggetti riciclati e scartati dal maschile. Il calcio femminile deve fare tesoro degli errori del maschile e non ripeterli - come la speculazione, il maggiore credito che si dà al prodotto straniero, il comportamento di famiglie invasate dalla posta in palio del figlio calciatore - I calciatori sognano i soldi per acquistare la Ferrari e mostrarla sui social, sono nebulosi, compaiono e scompaiono in un attimo. Le donne rappresentano sacrificio e umiltà. Spero che le giocatrici della nuova generazione continuino ad avere la stessa morale di quelle del 2015».

Cosa succederà dopo il prossimo Mondiale del 2027?

«Ci sarà il cambio generazionale, vedremo le nuove leve. I club stanno rodando le giovani».

Abbiamo eccellenti allenatrici, Guarino, Panico, Tesse, eppure Club e Federazione hanno pescato uomini dalle giovanili, senza esperienza di donne e di competizioni internazionali, perché?

«Il ct Soncin, Canzi della Juventus, Rossettini della Roma sono brave persone, professionisti competenti e anche generosi, virtù che andrebbero sprecate nel maschile».

Forse la prossima sfida della vostra agenzia sarà piazzare una donna sulla panchina di un squadra professionistica maschile, in Italia è successo una volta sola con Carolina Morace alla Viterbese, è il caso di dire un secolo fa... era il 1999: accetta la sfida?

(ride e sospira) «Eh...» 

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