Mancava l’Inter in questa due giorni di resurrezione italiana. Mancava la squadra campione, la più attesa dopo due sconfitte nelle prime due partite incassate dall’ultima nostra rappresentante ad aver giocato una finale (anzi due) di Champions. C’era bisogno di una risposta secca, immediata e soprattutto significativa. Risposta che è arrivata proprio quando sembrava che il mondo crollasse sulla testa dei nerazzurri e del loro allenatore. Espulso Bastoni a metà ripresa sullo 0-0. In quel momento, l’anima dell’Inter pazza si è impossessata di San Siro. Ecco lo spirito della squadra vera, di chi non si piega. In contropiede, un altro gol di Carlos Augusto. In dieci l’Inter è tornata l’Inter e si è rimessa in corsa per la promozione diretta.
Se nella seconda giornata avevamo perso tutto, nella terza ci siamo ripresi tutto. Quattro vittorie su quattro per le italiane, 13 gol segnati, il dominio della Roma, la sostanza del Napoli, lo spettacolo del Como e alla fine il furore dei nerazzurri, con una rabbia taciuta per più di un’ora. Era un’Inter con una testa differente. All’assalto al Bernabeu, all’assalto col Bruges, 49 tiri in 180 minuti e due sconfitte. E allora sai che facciamo stavolta? Aspettiamo, rallentiamo, restiamo compatti, non lasciamo spazi ed evitiamo le nostre solite imbucate. Così l’ha pensata Chivu e così l’ha giocata l’Inter per un’ora intera. Solo che fra andare piano e andare troppo piano c’è una bella differenza. Ma soprattutto la partita con lo Shakhtar aveva un solo risultato per i campioni d’Italia, la vittoria, il primo tempo invece è trascorso invano, senza spunti, con un calcio sbiadito, con un ritmo non da Champions. E poi diciamo la verità, non era facile apprezzare la sfida di San Siro dopo aver visto quella del Sinigaglia, fuochi d’artificio a Como (del Como), una noia mortale a Milano (dell’Inter).
Fino al 60' è andata così, con una strategia poco soddisfacente e soprattutto rischiosa. L’unica giocata interessante era il cambio campo di Calhanoglu (una volta ci ha provato con successo anche Bastoni) verso Dimarco, ma tutto finiva lì, senza uno sbocco, senza uno spunto degli attaccanti. Di occasioni nerazzurre nel primo tempo soltanto un paio e non di quelle clamorose. Allo Shakhtar, che si era presentato a San Siro con quattro punti di vantaggio sull’Inter, andava bene così, si chiudeva dietro, bello compatto e quando prendeva palla cominciava con buona tecnica il suo giro in mezzo al campo, anche in questo caso senza mai alzare la velocità.
La sensazione era che l’Inter avesse davvero troppa paura di perdere la quinta partita di fila in Champions, visto che già a quota quattro (di sconfitte) aveva stabilito il record negativo della sua storia. Ci voleva altro per mettere sotto un avversario di buon livello e di grande orgoglio, come avevano fatto capire quelle bandiere gialloblù posate sulle spalle dei giocatori (non solo gli ucraini, ma anche i brasiliani) al momento dell’ingresso in campo. E questo “altro” ha preso forma negli ultimi 20 minuti, trascinando i nerazzurri a una vittoria meritata per lo spirito e per la reazione all’espulsione di Bastoni. Se per un’ora l’Inter si era dibattuta nel suo pallore, nel finale ha preso fuoco. Un finale, questo sì, da Inter.