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Questa Inter non è pazza

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© Inter via Getty Images
Icardi non è più al centro del villaggio: la trasformazione voluta da Spalletti ha avuto inizio

ROMA - Per profilassi e decoro, almeno stavolta, rifuggire dall’ormai logora categoria della “pazza Inter”. Di un trucco linguistico, cioè, con cui si insacca tutto e il contrario di tutto senza capire nulla: la grandezza di una storia irripetibile, dal genio poetico, lunare e cristallino di Evaristo Beccalossi al sontuoso bidone 4.0 di Gabriel Barbosa Almeida, inutilmente noto con l’immaginifico e ingiustificato epiteto di Gabigol (il mio amico Totó, interista analitico, ricorda: «Segnó solo una rete, ma tutti, compreso lui, capirono che si trattava di un errore»). Non rifugiatevi nelle antiche certezze: potrà accadere sicuramente di peggio, o di meglio, in questo campionato nerazzurro, ma non perché il gene recidivo della follia abbia minato la squadra.

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Lo schianto di Sassuolo - piuttosto - è legato a problemi diversi, della disputa sulla squadra che in ogni esordio turbina e non appare. Come in ogni ordigno sofisticato sono due punti di eccellenza a diventare punti di debolezza. Sono due egolatrie roventi, l’alfa e l’omega di un campionato: lo “spallettocrazia” con le sue croci e le sue delizie, e “l’icardocentrismo”, con il sistema tolemaico che ha prodotto. In questi anni l’Inter aveva il suo il Re Sole e tutti gli astri che - per geometria celeste - giravano intorno. Non c’entrano i milioni del mercato (spesi benissimo a partire dai parametri zero), o la straordinaria capacità di generare luminose aspettative (nonostante gli esiti). Ma c’entra il genio del Ninja Nainggolan, costretto a restare chiuso nella lampada. Quanto sarebbe cambiata, una partita fisica come quella di Sassuolo, con le scivolate rubapalla-rialzati-e-corri del guerriero belga.

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Il primo tema da mettere sotto la lente di ingrandimento - però - è la fine della centralità assoluta del bomber. Questo è il primo campionato (da almeno un lustro) in cui la squadra non è piu al servizio esclusivo del talento di Maurito. Persino Wanda Nara è impegnata ad esordire altrove, sulla scoppiettante panchina di Tiki Taka. Il Capitano è il centravanti tecnicamente più completo del campionato italiano: ma ciò che il fuoriclasse costruisce in campo, deve pur sempre convivere con la testa saturnina e il carattere umorale del ragazzo che scriveva nella sua autobiografia di voler “importare” teppisti dalle favelas per castigare i tifosi nerazzurri. Anche adesso, che l’età e le prove della vita lo hanno maturato, sia la squadra che il giocatore devono abituarsi all’idea che la cattedrale del gioco nerazzurro non si chiude necessariamente con le campane di un solo bomber. Oggi, quando Keita punta l’uomo, capisci che la sua prima intenzione è il tiro, intuisci il sottinteso di una potenziale lesa maestà.

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Se persino lo spettatore fatica a metabolizzare l’idea che la monarchia assoluta di Icardi in un modo o nell’altro si debba costituzionalizzare, immaginate quanto costi a lui e allo spogliatoio. Tra i tifosi della zoologia fantastica italiana gli interisti sono gli unici con la funzione “autocritica” nella dotazione di serie. Domenica sui social molti erano cosi affranti da scrivere: «Speriamo che lo compri il Real, così arrivano i milioni per rafforzarci». Aspiranti regicidi. Ma poi c’è il tema della spallettocrazia. In una squadra in cui a Rafa Benitez nessuno ha perdonato le tute e i calzini dei Simpson (che al primo incontro scandalizzarono Milly Moratti), e a Mazzarri le manone da contadino e il collo taurino, l’eugenetica in panchina è sempre stata la più feroce delle non scritte regole nerazzurre. Massacrarono persino gli zigomi saldi e spigolosi di De Boer, con la storia delle lavagnette e del traduttore (eppure aveva sconfitto la Juve!), e non smisero mai di rimpiangere Mancini, che per ciuffo e capacità dialettica aveva standard da nuovo Triplete

Ovvio che il cranio lucido di Spalletti, i cappotti a taglio stretto, e la sua lingua intinta nel sarcasmo acuminato e fumantino, fossero segni rivelatori di un carisma da predestinato. Solo che Spalletti funziona quando costruisce la sua narrazione contro un nemico: alla Roma (per ben due volte) lo fece con dualismo anti-tottiano (esteso persino a Ilary Blasi con la saga a puntate del “piccolo uomo”). Nel primo anno in nerazzurro con le invettive del non-ho-la squadra, e questa-società-fantasma-non-mi-merita. Stavolta, con Sabatini che gli costruisce la squadra perfetta e il rinnovo al 2021, Luciano si ritrova improvvisamente senza opposizione. Un dramma. Così sceglie, come talvolta gli capita, di farsi guerra da solo. Ad esempio incaponendosi sui suoi pallini di palingenesi (fare di Dalbert il nuovo Emerson) o varare un centrocampo da minuetto sansirese su un campo di battaglia omerico. 

Mazzarri fu lapidato per essersela presa con la pioggia (indimenticabile partita con il Cesena), su Spalletti non un sussurro, malgrado si sia spinto ad inveire persino contro il terreno di gioco. L’unica cosa certa è che alla costruzione perfetta manca un unico tassello: il sostituto di Modric. Tuttavia se Luciano troverà un nuovo nemico ce lo dimenticheremo tutti, e l’Inter tornerà a vincere. Il dettaglio bello, crudele e gladiatorio di queste storia è che Spalletti dovrà trovare la quadra proprio contro il coriaceo Torino del venereo ex Mazzarri.

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