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Juve, Allegri e la conversione di Agnelli

In un calcio dove per molti l’obiettivo è stupire (la Juve lo stava facendo da due anni), il ritorno di Massimiliano Allegri sulla panchina degli ex campioni d’Italia è una scelta rivoluzionaria, una decisione così saggia e normale che è appunto una rivoluzione. Agnelli è passato da Allegri a Sarri, come fare un salto dall’ermetismo all’illuminismo, da Sarri a Pirlo ed è tornato ad Allegri. Si può pensare ai due anni buttati, anche se Sarri ha portato uno scudetto e Pirlo due coppe, e si può credere che sia il modo migliore per riannodare i fili di una bella relazione interrotta solo per un po’. Ma probabilmente non sarà così. Sarà di più.

Allegri, più di un allenatore

Il desiderio di rivincita del livornese è forte, se davvero aveva la possibilità di scegliere fra il Real Madrid e la Juventus la decisione di tornare in bianconero va letta anche in questo senso. Max sente la necessità di dimostrare (a se stesso? al club che lo aveva licenziato? ai suoi detrattori?) quanta forza e quanta conoscenza sia ancora in grado di trasmettere alla Juventus. Ma questo non basta. C’è altro e lo si capisce dalla separazione con Paratici. Allegri sarà più di un allenatore, avrà un potere (riconosciuto ufficialmente o meno ha poca importanza) che supera i confini della panchina. Quando parla di calcio, Max parla spesso da dirigente. Parla come un allenatore che ragiona da direttore tecnico e da direttore sportivo. Fa i conti in campo e fuori, getta lo sguardo non solo alla prossima partita ma anche alla prossima mossa sul mercato. 

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