Caro direttore, ti scrivo dopo aver letto il tuo pezzo sulla conferenza stampa “muta” organizzata (e poi rinviata) dalla Lazio per la presentazione di Sarri. Devo fare una premessa per i lettori: non sono il giornalista più attendibile per aprire un dibattito sulla comunicazione “chiusa”, ancorché “moderna”, delle società sportive, calcistiche in particolare. Non lo sono perché quando ho iniziato questa professione, e per almeno i vent’anni successivi, ho avuto accesso direttamente ai “canali” di comunicazione, a quei tempi chiamate assai banalmente “fonti”. Nella stanza di De Sisti, all’epoca allenatore della Fiorentina, ho fatto elementari, medie, superiori e università, e quello che ho imparato (poco, rispetto a quanto mi hanno insegnato) è stato per merito di allenatori come Agroppi, Ranieri, Ulivieri, Ancelotti e Prandelli, gente che spiegava il calcio senza farsi troppi problemi, senza avarizia, senza timore di scoprirsi e di svelare chissà quale segreto. Comunicazione da èra paleolitica, così la devono immaginare oggi i “social manager” o i direttori delle relazioni esterne. La domanda che vorrei fare non è rivolta a te, direttore, ma a Maurizio Sarri, che ho frequentato quando allenava l’Empoli e lasciava le porte aperte del Sussidiario per ogni allenamento («mica posso tenere fuori dei tifosi che ci vogliono bene?»). Certo, i tempi cambiano, ma a Sarri, uomo colto, ruspante, spostato politicamente a sinistra, vorrei chiedere perché proprio lui, persona che ama il dibattito, il contraddittorio, il “faccia a faccia”, accetta una conferenza di plastica. Anzi, mi correggo, perché ho una vaga sensazione conoscendo il soggetto: Sarri sapeva che la sua società avrebbe organizzato questo incontro fra muti e sordi? La sensazione che non ne fosse al corrente nasce dal rinvio della medesima conferenza a fine ritiro. Allora sapremo. Ho letto il comunicato della Lazio dopo il tuo pezzo e c’è una parola che proprio stona: “trasparenza”. Ma se siete trasparenti che senso ha presentare le domande scritte e non a voce? So che è da èra paleolitica anche il concetto che si cresce solo col confronto diretto, ma a te, direttore, e a Sarri vorrei ricordare quello che non molto tempo fa ha detto Ulivieri, 84 anni, presidente degli allenatori e uomo dal pensiero libero: «Nel calcio mancano le interviste di strada». Definizione stupenda, le interviste fatte sul marciapiede, quando l’allenatore poteva mandarti a quel paese perché avevi scritto una cosa che non gli piaceva e tu, cronista di un tempo andato, potevi rispondergli subito, mandando lui a quel paese. Chissà, leggendo tutto questo, come se la rideranno i social manager e i direttori della comunicazione. Firmato, il giornalista delle caverne Alberto Polverosi.
Corriere dello Sport
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