Certe cose non le immaginiamo per paura, altre non le nominiamo per realismo, altre ancora, invece, succedono perché devono succedere proprio quando tutti prevedono il contrario.
Ai laziali dalla buona memoria e ai romantici di ogni età la partenza della Lazio di Gattuso in campionato riporta alla mente l’epopea maestrelliana. Anche Tommaso, come Rino, arrivò nello scetticismo e poi fece ricredere tutti. I tempi sono cambiati, le maglie di lanetta sono sotto le teche, Maestrelli è lì, dove ci si è guadagnati il rispetto e la gratitudine utili a non essere evocati inutilmente e la Lazio, non diamo una notizia, non vincerà il titolo.
Ma è lì. Con la sua rivoluzione insensata, con la sua anomalia evidente, con il suo tecnico sbertucciato, denigrato, fatto passare per uno all’inseguimento dell’ultimo stipendio mentre gli abbonati si contavano sulle dita di una mano, le bandiere come Romagnoli salutavano e il ritiro a Formello era stata l’occasione per confrontarsi con Ascoli e Avellino.
Almeno lì ci si era potuti fare una foto con Nesta e ricordare come si era stati e come secondo chi osteggia questa proprietà, diserta lo stadio da gennaio e concorda sulla perdita di centralità e competitività dell’azienda Lotito rispetto alle ricche proprietà che negli ultimi anni hanno fatto grandi Atalanta e Como non si tornerà a essere mai più.
Al centro di questa tempesta perfetta, d’un tratto si è palesata la bellezza. Di una squadra che gioca bene, è unitissima, si permette il lusso di spolverare gioielli trattati per mesi quando non per anni alla stregua di ex giocatori e affianca l’Inter guardando dall’alto Milan, Napoli, Juventus e - incredibile dictu - i rivali cittadini della Roma.
Durerà, non durerà? Prima di fare le cassandre sarebbe utile ragionare sul fenomeno. Sulle letture aprioristiche. Sulla sottovalutazione costante di chi invece, guardandosi con onestà al proprio interno, decide di non piangere sulle difficoltà e si compatta come un’unica falange. L’attaccamento dei calciatori alle lezioni di un allenatore non sempre tenero (vedasi alterco con Taylor), ma diretto e vero. La voglia di sorprendere. L’essere lì, a giocare, contro tutti, esattamente come l’Italia di Bearzot nel 1982. Certe similitudini sanno di mistica, di preghiera, di incenso. A Formello sono molto cattolici. I miracoli esistono fino a quando non li si mette in discussione.
La Lazio di Gattuso ha qualcosa di rivoluzionario: demolisce luoghi comuni, frasi fatte, concetti radicati, espertini e espertoni.
Parafrasando Franco Arminio, oggi essere rivoluzionari nel calcio significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità.
Corriere dello Sport
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