Questa Lazio è come il cubo di Rubik: porta disordine nei pensieri degli altri allenatori. Toglie aria e riferimenti, non rivela mai fino in fondo cosa abbia in mente e da quale parte arriverà il pericolo. È una squadra che sfugge ai codici e alle abitudini. Dodici giocatori a segno, venticinque punti, ventidue gol, cinque vittorie consecutive in trasferta, novantanove tiri in nove giornate. Non sono numeri indipendenti. Raccontano una Lazio che distribuisce il proprio peso offensivo: cambia interpreti e traiettorie, moltiplica le soluzioni, sposta continuamente il luogo dell’imprevisto. Percorre in media 118 chilometri a partita: una densità di movimento, con 65 tackle vinti, che trasforma ogni zona in un labirinto. Il problema per gli avversari non è fermare chi gestisce il pallone, ma prevedere chi lo riceverà e come si svilupperanno gli incastri della manovra. È qui che il 4-3-3 di Gattuso trova una delle sue ragioni: non attende l’errore, lo provoca. Anche contro il Milan, nell’unico pareggio, la Lazio era riuscita a esercitare il proprio controllo per sessanta minuti, fino alla doppietta di Moreira.
La bella Lazio di Gattuso
Rino ha costruito una squadra che intreccia dominio e mobilità: le posizioni non sono compiti immutabili, ma spazi da occupare e liberare. L’obiettivo è diventare per gli altri un fastidio costante. Il metro di giudizio non è la classifica. Colpisce la mentalità di questo gruppo: abito elegante e anima proletaria. Un dinamismo che produce pressione, recuperi e combinazioni incrociate. La Lazio ha una sua architettura. Esprime un calcio ambizioso e obliquo: ha una velocità da Premier League che si sposa con il concetto di giocatore multiruolo. Vincere cinque volte di fila lontano dall’Olimpico significa portare la propria idea in giro per l’Italia.
L’equilibrio non è una sottrazione: non nasce dalla riduzione dei rischi, ma dalla capacità di governarli. Una differenza sottile e decisiva che definisce la grammatica e l’originalità di questa squadra, imbattuta dopo nove giornate come non accadeva dal 1999-2000, nell’anno di Eriksson e Nesta, di Mihajlovic e Mancini. Era la meravigliosa stagione del Double: scudetto e Coppa Italia. Due realtà distanti, come Formello da Honolulu, per qualità complessiva e costi di gestione. Gattuso non sopporta i paragoni neppure con il Leicester di Vardy e Kanté, di Ranieri e Mahrez. Ha buona memoria e non dimentica la precarietà che lo circondava a luglio: "Mancano quindici punti", ha detto martedì sera a Reggio Emilia. Il traguardo resta quota 40. In estate, nel gioco dei tarocchi, la Lazio veniva collocata in periferia, dopo un mercato low cost da sedici milioni e le cessioni in otto mesi di Guendouzi, Castellanos, Gila, Romagnoli e Provedel. Adesso il primo posto non è un argomento centrale, nemmeno per gli unici sei giocatori di questa rosa che in passato hanno conquistato un titolo: Frattesi nell’Inter, Diogo Leite con il Porto, Sutalo alla Dinamo Zagabria, Taylor nell’Ajax, Isaksen con il Midtjylland e Gudmundsson nel Psv. Silenzio e realismo. C’è soltanto il gusto di continuare a riempire questo diario.