In Danimarca sono cresciute diverse generazioni di ali destre e sinistre. Una piccola università che ha sviluppato nel tempo un rapporto quasi romantico con questo ruolo. Inventarsi lo spazio dove gli altri vedevano soltanto una linea bianca era il segreto di Karl Aage Praest, soprannominato il “professore”, che insieme con Johannes Pløger fece innamorare la Juve durante le Olimpiadi di Londra nel 1948 e chiuse la carriera nella Lazio di Jesse Carver. Poi c’è stata l’epoca segnata dalla velocità e dalle geometrie di Allan Simonsen, che ha lasciato un’impronta negli anni 70 con la maglia del Borussia Mönchengladbach, allenato da Hennes Weisweiler e Udo Lattek. Rimane l’unico danese premiato con il Pallone d’oro. Una tradizione proseguita dall’eleganza dei fratelli Brian e Michael Laudrup, numero dieci classico ma a volte esterno puro nel Barcellona di Johan Cruijff e nell’Ajax. Tanti interpreti con sfumature differenti: la verticalità di Jesper Olsen, le sterzate di Martin Jørgensen, le accelerazioni di Grønkjær e Rommedahl. L’ala, per chi nasce nella Superligaen, non è una posizione. È un destino di strappi, invenzioni e solitudine. Adesso questa lunga storia può arricchirsi di un altro capitolo con Isaksen, arrivato alla Lazio nel 2023 dopo ventidue gol, sette assist e un campionato vinto con il Midtjylland. È uno dei patrimoni rivalutati da Gattuso, che l’ha conosciuto in estate quando Gustav veniva considerato ancora un talento anarchico e inespresso, alla ricerca di una dimensione definita e credibile.
Isaksen, tra colpi geniali e momenti di buio
Colpi geniali e momenti di buio. Penalizzato da una Lazio discontinua e da una serie di problemi fisici: mononucleosi e pubalgia. Prima di incrociare Rino a Formello portava con sé un equivoco: il dribbling era il suo monologo, una frenesia difficile da gestire nel traffico della Serie A. Saltava il terzino per il gusto di farlo, come se il calcio finisse sulla linea di fondo. Era brillante e dispersivo: un’opera incompiuta. La svolta recente riguarda soprattutto l’autostima e la maturità. Isaksen ha iniziato a camminare dentro le partite. La sua crescita non si misura nei chilometri percorsi o nei blitz sulla fascia, ma nella qualità delle decisioni.
I dettagli dietro la crescita esponenziale di Isaksen
Ha capito che in Italia il difensore non si batte solo sul tempo dello scatto, ma sul contropiede del pensiero. Ha imparato a stringere dentro il campo, a schermare le linee di passaggio, a capire quando il ricamo è una necessità oppure un vizio di forma. C’è una differenza tra colorare un’azione e avere il controllo di un momento. Nel primo caso si cerca l’effetto speciale, nel secondo si comprende ciò che la situazione richiede. È il passaggio più difficile per chi ha costruito il proprio stile sull’improvvisazione.
Isaksen ha tolto il superfluo e la porta è diventata più grande
I quattro gol nelle ultime cinque partite con la Lazio, celebrata per i ventotto punti anche in Francia dal giornale L’Equipe, non sono un picco di forma, ma la logica conseguenza di questa evoluzione. Quando un’ala impara a togliere il superfluo, la porta diventa più grande. Isaksen sta trovando la sua strada attraverso la grammatica del calcio italiano: partecipa alla fase difensiva, recupera palloni, aiuta Floriani nei compiti di marcatura. Non ha rinunciato all’istinto. Ha imparato a riconoscere le scelte giuste. La fascia resta il suo territorio, ma non è più il suo confine. Ora ragiona anche per gli altri.