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Milan, il turnover va spiegato

Leggi il commento su una quella che è diventata una necessità strutturale nel calcio contemporaneo

C'è un modo semplice per migliorare il rapporto tra allenatori, media e pubblico rispetto al turnover tra una partita e l’altra: spiegarlo. I tecnici hanno la possibilità di motivare le loro scelte senza omertà o pretattica: il problema dell’inflazione di impegni, di un calendario che non dà respiro, lo conosciamo e lo discutiamo da tempo, cercando di debellare la sordità di Fifa e Uefa. Il numero incredibile di partite in una stagione (alcuni giocatori ne giocano più di 70 tra club e nazionali) include anche conferenze stampa a ripetizione tra vigilia e post: perché non sfruttare quei momenti per coinvolgere stampa e tifosi con argomentazioni su questioni che spesso non conoscono? L’assunto è naturale: più partite, meno recupero, rotazioni obbligate. Il pubblico paga per vedere i migliori, non per scoprire chi è rimasto in piedi, ma i protagonisti devono trovare il modo di reggere un ritmo che non lascia tempo per recuperare. Il turnover non è più una scelta, ma una necessità strutturale che non coinvolge solo i club più blasonati, basta vedere quante squadre europee affrontano campionato, Champions, Europa League, Conference...

Schierare la migliore formazione o cambiare gli uomini? Il dilemma del turnover

Che fare? Schierare la formazione migliore e aumentare il rischio di arrivare scarichi alla partita successiva, oppure cambiare uomini, accettando di modificare equilibri e automatismi? Il turnover in sé non è un male: può valorizzare la rosa, responsabilizzare le seconde linee, rendere la squadra meno dipendente dai singoli. I l problema nasce quando non è una scelta tecnica, ma una risposta obbligata alla mancanza di recupero. La formazione è la conseguenza di assenze, stanchezza, condizioni fisiche dei protagonisti: l’allenatore coinvolge tutto lo staff, dal medico al preparatore fino al mental coach (dove esiste) per misurare quanto si gioca, quanto si viaggia, quanto si riposa e quante volte un atleta è chiamato a ripartire senza aver recuperato completamente. Fronteggiare il business, unico arbitro di questa sequela interminabile di impegni, è un lavoro nel lavoro. Dietro l’espansione dei calendari ci sono diritti televisivi, ricavi commerciali, nuovi mercati, competizioni che cercano visibilità e club che hanno bisogno di entrate. Più partite significano più occasioni di vendere il prodotto calcio e di raggiungere nuovi tifosi. FIFPRO, il sindacato internazionale dei calciatori, monitora da tempo il carico di lavoro, i tempi di recupero e i viaggi accumulati dai professionisti. Nei suoi documenti ha richiamato più volte l’attenzione sugli effetti della congestione del calendario, sottolineando la necessità di mettere la salute e la prestazione degli atleti al centro delle decisioni organizzative.

Il problema non è soltanto il numero degli impegni, ma il modo in cui vengono distribuiti

Il problema non è soltanto il numero degli impegni, ma il modo in cui vengono distribuiti. Le recenti denunce di De Rossi e Allegri sono solo le ultime in ordine di tempo: un giorno forse riusciranno a mettersi intorno a un tavolo organismi, federazioni, tecnici e giocatori per affrontare e risolvere la questione in maniera equilibrata. N el frattempo, cosa vieta a un allenatore di rendere pubbliche le ragioni delle sue scelte? Tizio e Caio non giocano domani per questo motivo, al loro posto giocano Sempronio e Vattelapesca perché stanno meglio di quello e quell’altro. Nell’ultima maxi-sosta di 20 giorni, i giocatori delle squadre italiane impegnate nelle coppe europee hanno prodotto questi dati rispetto al minutaggio del loro impiego: Milan 2.624, Atalanta 2.427 , Inter 2.343, Napoli 2.094, Juventus 1.772 , Roma 1.290.

Turnover, spiegare le scelte aiuterebbe a capirle

Chiaro che, alla ripartenza degli impegni, si ricorra massicciamente alle rotazioni. Capisco che, per Amorim, spiegare Estupiñan e Loftus-Cheek costituirebbe sempre e comunque motivo di imbarazzo, ma l’eccezione conferma la regola. Non sarebbe male, invece di avere domande interminabili e contorte in conferenza stampa e risposte più o meno comprensibili, partire conversando su alcune scelte di formazione. Aiuterebbe tutti a capire, aiuterebbe gli allenatori a non essere linciati se ricorrendo al turnover non producessero un buon risultato. Basta parlarne.

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