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Frankenstein allena il Napoli

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Leggi il commento sul momento che sta vivendo la squadra di Conte

Il Vesuvio dorme, la città si agita e ribolle. Il mondo guarda stupito. È il momento dell’eccitazione pura. Leoni, cornacchie e tigri di Mompracem e di tastiera (riecco il Msi: Movimento Social Italiano), opinionisti sfusi cresciuti come funghi in questi nostri tempi di tutti apprendisti giornalisti, professori di lingua italiana e biforcuta, ex pedatori con optional livorosi e le famose gazzette del 45° parallelo divampano e diffondono la notizia del giorno. Non è Trump, non è Netanyahu, non è Putin e neanche Xi Jinping. Il mostro del giorno, da divulgare via etere e su carta, impiccare e gettarlo ai gatti di vicolo Miracoli, a voce o in primo piano dalle tv, è, carramba che sorpresa, Antonio Conte. Ecco l’uomo venuto dal male adriatico, l’allenatore che martella e sega bicipiti femorali, tendini e adduttori, novello Victor Frankenstein piombato nel calcio, manipolatore di menti pedestri dediti alle playstation, nostalgico e assillante trombettiere di vincere e vinceremo (corna facendo), Dottor Faust del pallone capace di vendere la sua anima al 3-5-2, uomo presuntuoso e superbo destinato a camminare curvo sotto un pesante macigno nella prima cornice del purgatorio come Dante comanda. 

Anche Conte sbaglia, ma...

Antonio Conte è l’allenatore che sbaglia formazioni, insegna schemi adulterati, ignora i giovani virgulti preferendogli le appassite ombre sul viale del tramonto. Meridionale di Lecce, fa l’inglese per uscire dall’Europa. E, soprattutto, uomo telefonico. Piange come il telefono. È il calcio italiano, signori. Andiamo, è tempo di denigrare. Siamo un paese di cultori dell’invidia, dell’odio viscerale, dell’insulto gratuito, della polemica per patito preso (il patito è il protagonista insignificante che si illumina di luce altrui). Il calcio è un gioco e dovrebbe essere felicità, gioia di vivere, come diceva Toninho Cerezo, il calcio è riso con fagioli. Invece, è rissa in questa nazione in cui l’importante è essere “anti”, contro i migliori, contro i più fortunati, comunque contro perché dà visibilità e conquista i cretini. Ora è chiaro che Antonio Conte fa i suoi sbagli. La critica però dev’essere onesta, trasparente. È insopportabile l’agguato costante per antipatia, la presunzione di chi pensa di saperne di più, l’acrimonia di chi non sopporta un uomo che non vende fumo e non fa parte delle congreghe che comandano e dei clan di chi vuole piegare il calcio ai propri interessi. Nel calcio non ci sono superuomini, dice Mourinho, ci sono solo uomini che vincono più spesso degli altri. Non è un superuomo, Antonio Conte, ci mancherebbe. E Boskov ammoniva: nel calcio c’è una legge, giocatori vincono e allenatori perdono. Ma quando è Conte che perde si scatena l’ordalia di quelli che aspettano che perda perché Conte non va a cena con i giornalisti, non si ’mbruscina con chi conta, non fa la soubrette in televisione e le sue conferenze-stampa non sono mai ispirate dal compiacimento verso gli interlocutori. E perdere si può. Diceva Diego: «Non si può essere fenomeni tutto l’anno, anche Maradona non sempre gioca da Maradona». 
Cari lettori, Antonio Conte mi è insopportabile per la sua schiena dritta. Sono cresciuto col petisso ed era un’altra storia. Però difendo Conte dalla cagnara dei suoi oppositori prevenuti. Come ne hanno Allegri e Mourinho. Guarda un po’. Sono quelli che vincono senza regalare sorrisi di arruffianamento.  

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