Oltre 700 panchine in carriera, 189 in A con 239 punti conquistati alla guida di Catania, Udinese, Parma e Genoa, un veterano della B con 300 panchine e una promozione col Catania. Pasquale Marino si gode la sua Sicilia in attesa di una chiamata. A Coverciano divenne allenatore con 110 e lode e una tesi sul 3-4-3, che gli chiese il professor Ferrari. Ebbe il voto massimo perché usò un linguaggio semplice. Marino vive a Marsala, dove è nato quasi 64 anni fa.
Marino, i giovani italiani stentano a trovare spazio in A. Perché?
«Più vai verso l’alto e più gli spazi diminuiscono. Nel massimo campionato solo il 30% dei giocatori è italiano. Poi ci lamentiamo che la Nazionale non va ai Mondiali. Per crescere devi giocare con continuità».
Da chi dipende?
«Sono stato tre anni all’Udinese e c’erano tutti ragazzi che dovevano affermarsi. E lì gli davano il tempo di crescere. Ma se vai in piazze dove conta solo il risultato, i giovani non potranno mai maturare».
Ma ci sono talenti italiani su cui lavorare?
«Vergara, ad esempio, ai più era sconosciuto prima di fare questo exploit. Ha avuto spazio, anche a causa di tanti infortunati, e ha dimostrato di poter essere utile al Napoli facendosi trovare pronto».
Come invertire il trend?
«Le società italiane si rivolgono al mercato straniero per i costi inferiori. Ma i club dovrebbero lasciar partire i giovani migliori e non pretendere tantissimo per risolvere i problemi di bilancio».
Ritiene che il presidente Malagò possa cambiare questa situazione?
«Credo che Malagò abbia le idee chiare. Una mossa intelligente è affidarsi a gente competente come Maldini».
Cosa pensa delle seconde squadre?
«Non sono favorevole. Chi ha i giovani bravi, deve farli giocare in A».
Palermo, Catania, Bari, Salerno, grandi piazze che stentano a tornare ai vertici.
«Per come sono strutturati i campionati, è difficile rientrare nel calcio che conta quando sei in categorie inferiori. Al Sud ci sono Lecce e Napoli in A, in Sicilia solo 2 squadre professionistiche. Mancano soldi e idee. Bisogna saper spendere le risorse ed affidarsi alle persone giuste. Il calcio deve essere più vicino ai territori, i giovani vanno aiutati. Io preferisco le proprietà italiane ai Fondi stranieri».
Se pensiamo all’ultima serie B, c’è un modello da seguire?
«Il Frosinone, dove sono stato, è un esempio. La gestione è stata sempre esemplare ed ha dimostrato di avere idee».
Ha digerito la retrocessione di due stagioni fa con la Salernitana ai playout?
«Non ci posso pensare. Sul telefono ho ancora il video del rigore non dato per il fallo su Soriano. Comunque, facemmo 12 punti in 6 gare prima dei playout, una media promozione. Poi gli spareggi slittarono di un mese e l’avversario cambiò. Mi fa piacere che quest’anno abbiano confermato Cosmi. Evidentemente con noi hanno fatto esperienza».
Quale allenatore l’ha stimolata a diventare tecnico?
«Paolo Lombardo, che ho avuto a Siracusa e a Potenza. Era avanti di 20 anni rispetto a tutti gli altri».
Ma oggi per allenare bisogna essere bravi o sponsorizzati?
«Un po’ e un po’. Ma se non sei bravo, non vai avanti».
Corriere dello Sport
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