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Giulia Aringhieri, una forza della natura

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© Riccardo Giuliani
La campionessa di sitting volley racconta la sua storia. L'incontro con AISM e poi quello con il marito Marco, la nascita di Andrea e i successi sportivi

Livornese, giovane, simpatica e alla mano. Ma Giulia Aringhieri è molto altro ancora e ha davvero tanto da raccontare. La diagnosi a 21 anni l'ha portata a chiudersi in se stessa, a non confrontarsi con gli altri e ad abbandonare la sua passione, la pallavolo. Poi l'incontro, all'inizio difficile e scostante, con AISM: un mondo nuovo che però le ha regalato l'amore e le ha dato la forza per costruire una famiglia. Giulia si destreggia tra i suoi due uomini, il marito Marco e il figlio Andrea, e gli impegni con il sitting volley. Questo fine settimana, con la sua squadra, difenderà il titolo nel Campionato Nazionale, a luglio volerà in Olanda per vestire la maglia azzurra ai Mondiali e intanto sogna Tokyo 2020. 

Come è entrata in contatto con AISM?       

«Devo dire che il mio rapporto con AISM è stato molto particolare all'inizio. Ho avuto la diagnosi dieci anni fa e quasi immediatamente, all'interno dell'ambito ospedaliero, sono venuta a conoscenza dell'Associazione. I primi tempi però ero talmente confusa e sconvolta che non mi sentivo pronta per confrontarmi con gli altri. Ricordo che ho fatto giusto un passaggio per capire dove fosse la sede ma niente di più. Avevo 21 anni ed ero in una fase di piena negazione. Poi col tempo, piano piano, mi sono avvicinata fino ad arrivare a partecipare a eventi e attività di volontariato. Ho preso maggiore coscienza della malattia e ho deciso di provare a conoscere altre persone. Al momento della diagnosi ho avuto tante difficoltà: non ne volevo parlare con nessuno, amici compresi. Ho passato varie fasi: prima ero sconvolta e non capivo cosa mi stesse accandendo, poi c'è stato il passaggio alla rabbia». 


AISM è stata importante anche dal punto di vista affettivo, se così possiamo dire.

«Sì, l'Associazione mi ha aiutato su più fronti. Ho iniziato a sciogliermi, mi sono resa conto di quanto sia importante il confronto con gli altri. Vedere altre persone, parlare con loro mi è stato di grande aiuto. E poi durante un convegno nazionale nel 2013 a Tivoli ho conosciuto mio marito. Marco era lì come ospite d'onore, in quanto cantante, e da pochi mesi era uscito il suo libro “Sintomi di Felicità”. Ci siamo conosciuti ma all'inizio ero molto titubante, avevo iniziato da poco a imparare a convivere con la malattia e pensarmi accanto a qualcuno con la sclerosi multipla mi spaventava molto. Lui non si è dato per vinto, ha iniziato a corteggiarmi, ha perseverato e ora posso dire che ha perseverato bene (ride, ndi). Appena due anni dopo infatti è nato Andrea, quindi la nostra storia è diventata una vera e propria serie di “sintomi di felicità”: grazie alla mia famiglia sono riuscita a essere ancora più me stessa e a convivere in maniera serena con la malattia». 


Lei è una moglie, una mamma, lavora ed è una sportiva. Si è saputa reinventare, specialmente in quest'ultimo ambito, e ha continuato a portare avanti la sua passione. Com'è stato il passaggio dalla pallavolo al sitting volley?

«Lo sport è stata un'altra fase molto particolare, specialmente dopo la diagnosi. Essendo una sportiva a livello agonistico mi sono ritrovata a dover fronteggiare la malattia nel pieno della mia attività agonistica, a 21 anni. Quindi mi sono sentita in difficoltà anche nei confronti della squadra, della società. Avevo paura di essere giudicata più per la malattia che per il mio valore sportivo. Se sommiamo il discorso sportivo e la mia chiusura verso gli altri, posso dire che mi ero creata una specie di maschera. Per almeno un paio di anni sono stata in silenzio, ho fatto quasi finta di niente, continuando a giocare a pallavolo. Grazie a Marco ho fatto outing nel mondo dello sport. E il culmine l'ho raggiunto con la chiamata in Nazionale di sitting volley». 


A proposito di Nazionale, il sitting volley le sta dando molte soddisfazioni...

«Sì, è vero. È un periodo molto intenso. Faccio parte della squadra di Pisa e l'anno scorso c'è stato il primo Campionato Nazionale di sitting volley, che abbiamo vinto. Questo fine settimana (domani e domenica, ndi) ci saranno semifinali e finale e dobbiamo difendere il titolo. Inoltre anche sul fronte azzurro non sono mancati i traguardi. Nell'ultimo anno con la Nazionale abbiamo partecipato per la prima volta agli Europei, a novembre in Croazia, e a marzo siamo state in Corea del Sud, vincendo il torneo e conquistando l'ultimo pass per i Mondiali che ci saranno dal 15 al 22 luglio in Olanda. È una partecipazione storica. Sono molto orgogliosa di questo e voglio dare il massimo. La Federazione Italiana di Pallavolo ci sta sostenendo molto e poter onorare, con il sitting volley, gli alti livelli a cui la pallavolo italiana ci ha abituato è una grande responsabilità ma anche un grande onore. Partecipare a queste manifestazioni è importante perchè permette di mandare un messaggio forte e far conoscere a tutti questo sport: nella mia squadra non ci sono solo io, siamo tante persone con altrettante storie ed è giusto che vengano conosciute tutte. Insieme ci impegneremo per  raggiungere un sogno, cioè Tokyo 2020». 


Come concilia l'impegno sportivo con il suo essere mamma?

«Dedicarmi al sitting volley, oltre a essere una grande soddisfazione è anche un grande sacrificio. Andrea ha tre anni e muovermi spesso per i tornei significa lasciarlo a casa. Per fortuna lui è un bambino bravissimo e, nonostante sia piccolo, mi permette di fare quello che faccio e mi lascia tranquilla di andare. Sia io che Marco siamo molto impegnati, io con lo sport e lui con la lirica, e la nostra tranquillità deriva anche da un'altra fortuna, quella di avere dei nonni eccezionali che ci danno una grande mano». 


Lei dimostra una grande forza e la sua storia è il chiaro esempio di come, nonostante la malattia, si possano raggiungere grandi risultati. Che messaggio vuole mandare alle persone che stanno ancora vivendo una fase di chiusura?

«Se in qualche modo posso aiutare qualcuno, per esempio a parlare, a trovare un interesse, uno stimolo, io sono molto felice. So bene che cosa si prova e so che aiuto può dare essere coinvolti nell'Associazione, come è stato per me. Spero di poter fare anche io la mia parte. Il mondo paralimpico poi si sta facendo sentire negli ultimi anni: sta avendo un forte impatto, anche grazie a personaggi come Bebe Vio. Penso che sia importante far conoscere il movimento e credo che sia un ottimo modo per dare una mano a chi ancora fatica a confrontarsi con gli altri». 

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