Roma, Bologna e… la Lazio nel destino di Manfredonia

La carriera del difensore si è chiusa con la grande paura, l'arresto cardiaco del 30 dicembre 1989 durante Bologna-Roma. Aveva esordito in A, con i biancocelesti, proprio contro i rossoblù

“Voi dei Parioli siete sempre pallidi, noi di Nettuno invece siamo sempre abbronzati”. Scherza Bruno Conti che prende bonariamente in giro Lionello Manfredonia. È l'ultimo sabato degli anni Ottanta, il 30 dicembre 1989. La Roma sta per scendere in campo al Dall'Ara di Bologna, in un pomeriggio dalle temperature polari. Dopo cinque minuti e 40 secondi, Manfredonia anticipa di testa Bruno Giordano, lo insegue per qualche metro verso la linea di fondo poi si incammina verso il centro dell'area prima del corner. All'improvviso, senza che nessuno lo tocchi, si porta le mani al petto e crolla a terra, in avanti.

Di quei momenti, dice oggi, non ricorda niente. “Essendo andato in coma tre giorni ho dimenticato quello che era successo subito prima e subito dopo l'accaduto. Ricordo solo il treno che da Roma ci portava a Bologna" ci racconta al telefono. Giordano, con le mani tra i capelli, è disperato. “Io e Bruno siamo cresciuti insieme. Ancora lo sento e lo frequento, anche se viviamo in città diverse” racconta. Erano in campo insieme, quando Manfredonia giocò la sua prima partita in Serie A, la prima di 201 alla Lazio. Era il 2 novembre 1975, a poche ore dalla scoperta del corpo di Pier Paolo Pasolini sul lungomare di Ostia. Di fronte, c'era proprio il Bologna, “una squadra e una città che doveva essere nella mia vita” ammette.

Quattordici anni dopo, quel suo colpo di testa per anticipare l'amico Giordano diventerà il suo ultimo intervento da calciatore. Perde i sensi, avrà più di un arresto cardiaco. Il massaggiatore della Roma, Giorgio Rossi, gli apre le mascelle serrate grazie a un particolare tipo di forbici, dette di Hemark, con una specie di picchio che può creare un varco e aprire la bocca. Ernesto Alicicco, medico della Roma, gli pratica massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Alle 14.42 lascia lo stadio in ambulanza, dopo sette minuti arriva all'Ospedale Maggiore. Qui il dottor Franco Naccarella fa ripartire il suo cuore solo alla quinta scarica elettrica. Manfredonia si risveglierà dopo oltre 40 ore.

A vegliarlo arriva sua moglie, che era a Roma e ha saputo la notizia, come tanti tifosi, alla radio. Dopo la partita si precipita Giordano che, dice, sul momento ha pensato a un colpo di freddo o una congestione. Insieme hanno condiviso anni di luci e ombre alla Lazio. Anni che hanno portato Manfredonia a debuttare in nazionale nel 1977, proprio all'Olimpico, contro il Lussemburgo. “In quegli anni venivano convocati quasi solo giocatori della Juventus e del Torino, non era semplice per noi della Lazio” ci racconta. In azzurro, la sua storia si sarebbe esaurita presto, dopo i Mondiali del 1978. "L'esperienza è finita male perché da ragazzo avevo un carattere impulsivo. Bearzot non mi fece giocare, abbiamo avuto una discussione e la mia carriera in nazionale si concluse piuttosto brevemente". Tornando indietro, ammette, non lo rifarebbe.

All'Ospedale Maggiore arrivano anche altri giocatori di quel Bologna. C'è Antonio Cabrini, preoccupato perché quello che è successo a Manfredonia potrebbe succedere a qualunque calciatore. Ci sono Massimo Bonini, combattente generoso come lui, e Ivano Bonetti. Hanno condiviso con lui due stagioni alla Juventus. “E' la squadra che mi ha consacrato” ci racconta, “in termini di trofei: vincemmo uno scudetto e una Coppa Intercontinentale”. È arrivato in bianconero nell'estate del 1985, al termine della lunga esperienza alla Lazio in cui è stato toccato anche dallo scandalo del Totonero.

La Juventus sta avviando un rinnovamento radicale dopo la Coppa dei Campioni vinta nel tragico pomeriggio dell'Heysel e ha appena venduto Marco Tardelli all'Inter. Manfredonia, riportato a centrocampo dopo gli inizi in prima squadra alla Lazio da difensore, conquista la Coppa Intercontinentale a Tokyo nella prima stagione. Con Bonini, è il vero motore del centrocampo bianconero, prima di un infortunio alla costola che un po' lo condiziona nel finale di campionato. Festeggia comunque l'ultimo scudetto del ciclo di Giovanni Trapattoni alla Juventus. Nella seconda stagione gioca ancora meglio. Nell'ottobre del 1986, al Bernabeu, contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni, l'arbitro Valentine gli annulla un gol per un fallo, molto presunto, di Brio. ”Se tu avessi segnato al Real Madrid sarebbe finito il calcio” gli avrebbe detto Platini, che ha sofferto contro Chendo. Al ritorno, la Juve trascina la sfida ai rigori. Calcia anche Manfredonia, che però non è mai stato troppo freddo dal dischetto. La Juve di Marchesi esce dalla Coppa. Due mesi dopo, il 14 dicembre, sarà proprio Manfredonia a decidere il derby contro il Torino.

A fine anno Boniperti gli propone di rinnovare il contratto anno dopo anno, Manfredonia vorrebbe un ingaggio più lungo e lo trova alla Roma. "Nonostante fossi un giocatore della Lazio, tutti i giocatori della Roma di quel periodo, Giannini, Conti, Nela, Pruzzo, con cui avevo giocato contro in tanti derby, mi hanno accolto benissimo" ci racconta. I tifosi però la prendono meno bene. Il CUCS (Commando Ultrà Curva Sud) si spacca in due, nasce il G.A.M., il Gruppo Anti-Manfredonia, che rivendica la sua opposizione all'acquisto di un'ex bandiera della Lazio con striscioni decisamente non equivocabili. Contro il Genoa, in Coppa Italia a settembre, le due fazioni del vecchio CUCS, pro e contro Manfredonia, si scontrano: Marco Biagiotti, tifoso che è nel posto sbagliato al momento sbagliato, viene accoltellato. La tensione in curva durerà ancora per qualche mese.

Il dramma del Dall'Ara, naturalmente, cambia tutto. "Avevo un contratto ancora di due anni con la Roma. Ci mettemmo d'accordo con il presidente Dino Viola mi ha messo a capo del settore giovanile, e da lì ho cominciato a fare il direttore sportivo partendo da Cosenza". Il suo viaggio l'ha portato fino a Vicenza, dove oggi vive. Qui ha ideato una scuola di perfezionamento tecnico per giovani calciatori. Perché il suo calcio ha ancora molto da insegnare.

 

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