Gli Ex-Otago sbarcano a Roma: "Vi faremo ballare"

Abbiamo intervistato Francesco Bacci, chitarrista della band ligure che il 19 luglio sarà in concerto al Rock in Roma: "La musica è uno scambio di energia continuo con il pubblico, odiamo le barriere. Il calcio? Nella band prevale il tifo genoano"

ROMA - Essere otago è una filosofia di vita, una costante ricerca di una nuova frontiera, un tentativo perenne di uscire dalla propria zona di conforto musicale. È sperimentazione continua, insomma”. Così Francesco Bacci, chitarrista degli Ex-Otago, band indie rock che dal 2002 gira i palchi di tutta Italia, ci ha raccontato l’”otago pensiero” che è tutt’altro che una banalitá. Se volete sperimentare di persona cosa vuol dire assistere ad un concerto di questa band genovese - che sicuramente avete ascoltato a Sanremo prima e sul palco del Primo maggio, poi - non vi resta che catapultarvi in una delle loro prossime e numerosissime esibizioni, in giro sui palchi più gettonati di questa torrida estate italica. Potreste ad esempio fare un salto domani sera all’Ippodromo delle Capannelle per scatenarvi con la loro musica nell’ambito della manifestazione Rock in Roma. Ne resterete coinvolti. “Il nostro primo obiettivo è l’interazione tangibile con il pubblico. La gente la vogliamo abbracciare, ci vogliamo divertire con loro, non ci piacciono queste barriere che dividono il palco dalla gente che ci viene a sentire”, ci ha raccontato Bacci.

Questo è un bel periodo per voi: prima Sanremo, poi il concerto del Primo Maggio e ora su e giù per l'Italia calcando i palchi dei più importanti festival estivi con "La notte chiama Tour". Ormai non vi fermate più, per fortuna siete giovani e tonici...
È un momento bello che ci godiamo serenamente anche se siamo genovesi, compressi fra la felicità e un po' di nostalgia per qualcosa che non si sa bene cosa sia. Abbiamo lo spirito dei naviganti, quando siamo sul palco ci manca casa e quando siamo a casa ci manca il palco. Da un po’ di tempo siamo in una sorta di centifuga. È cone un'intervista a fine primo tempo, è un po' interlocutoria. La cosa bella è che pur essendo in pieno tour stiamo già scrivendo nuove canzoni.

Per questa serie di concerti estivi punterete su un sound più ballabile... tra l’altro vi esibirete anche voi in una coreografia che richiama alla dance degli anni '90. Questa non me la voglio proprio perdere...
Lavoriamo con i contrasti, lo facciamo da sempre e spesso ci divertiamo ad estremizzarli. Proponiamo momenti intimi e teneri e li facciamo collidere con sintetizzatori acidi e melodie forti anni'90. Sará così anche in questi live. Per quanto riguarda il balletto, confermo. Faremo una cosa unica nel panorama indie. Anzi no, lo ha fatto solo lo Stato Sociale. Il nostro peró sarà un ballo serio, una figata pazzesca. L’unico inconveniente è che ci siamo allenati di più per il ballo che per ripassare i nostri pezzi...

Mi ha fatto molto effetto quando vi ho visti all'Ariston abbracciare gente del pubblico. Quanto è importante per voi l'interazione con la gente che vi ascolta?
E' un aspetto cruciale che è nato insieme agli Ex-Otago. Odiamo le transenne, vogliamo il contatto diretto, quello che crea energia. Anche ora che affrontiamo palchi grandi, spesso scendiamo per mischiarci con la gente. Fare musica è questo, uno scambio di energia continua fra la band e il pubblico. E noi ne godiamo carnalmente.


Quanto è complicato passare tanto tempo insieme durante un tour?
Una band è come una fidanzata, è un rapporto emotivo fra i membri della band e quindi ci incazziamo e poi facciamo pace, come un vero gruppo di amici.

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Come ogni estate, ecco puntuali arrivare i tormentoni radiofonici... Tu cosa ne pensi di questi brani creati per piacere ad ogni costo?
Chiunque faccia musica ricerca il tormentone. È innegabile che sentire il proprio brano in radio ogni ora sia appagante. Peró è il modo in cui questa cosa viene ricercata a fare la differenza. Io sono stanco della ricerca spasmodica del singolone, anche perchè questa tendenza sta stancando. Percepisco una sorta di appiattimento generale. Quando tutti spingono sui decibel, alla fine non si capisce più nulla. Ce ne sono troppi di tormentoni e c'è difficoltà ad innamorarsi davvero di qualcuno. Quello che conta è il brano che passa alla storia, non quello che passa solo per un'estate.

Voi siete di Genova, terra di De André, artista unico che voi omaggiate spesso dal vivo con il brano “Amore che vieni". Quanto vi ha lasciato la sua musica immortale?
Il confronto con i maestri è inevitabile e non ti nascondo che un po’ ci pesa. De André a Genova è come sentire l'odore della focaccia nei vicoli, una cosa inevitabile che ormai fa parte della città. Abbiamo fatto una bella interivsta insieme a Dori Ghezzi e le sue parole me le ricordo ancora: “De Andrè non deve essere un mostro sacro sotto una campana immobile. La sua musica deve essere messa in discussione, fatene ció che volete, non rendetelo un mito immobile”. Non serve aggiungere altro.

Lo sport nelle vostre canzoni c'è, a cominciare da un brano dedicato al grande runner italiano Marco Olmo. Nella band chi è il più sportivo e come siete divisi nel tifo calcistico?
Parto dall’ultima. Siamo tre genoani contro due sampdoriani. Qualcuno di noi ha giocato a calcio da giovane ma ha abbandonato presto. Io ad esempio l’ho fatto fino a 14 anni, poi ho mollato tutto quando ho cominciato a vedere l’assurda compravendita dei cartellini di calciatori minorenni.

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